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TALENT ZOOM - INTERVIEW LUCA RESTA

by Paola Tognon, in Exibart n°96, Milan, 2017

Chi sei?: Luca Resta
Luogo e data di nascita: Seriate, 25/03/1982
Formazione: Diploma accademico di II livello,
Accademia Carrara di Belle Arti, Bergamo
Galleria di riferimento: nessuna
 
Dove abiti e lavori?
«Vivo a Parigi ormai da cinque anni, ci sono arrivato un po' per caso, seguendo le esigenze di studio della mia compagna. Nel tempo però
Parigi è diventata la mia città›.
 
Di che cosa vivi?
«Si può dire che viva d'arte, o più precisamente che l'arte mi fa vivere. Seguo gli allestimenti in una galleria a Parigi e il resto del tempo lo dedico al mio lavoro d’artista›.
 
Un’esperienza particolarmente significativa nella tua formazione?
«Il mio percorso di studi è stato abbastanza lineare, formazione artistica liceale e studi accademici, tutti nella stessa città, Bergamo.
Poi alcune residenze in giro per l'Italia, come la Spinola Banna per l'arte o Viafarini in Residence, fino al mio trasferimento Oltralpe. Se devo pensare a un'esperienza di formazione importante, penso al corso tenuto da Steve Piccolo e Gak Sato in Accademia; mi ha introdotto all'uso del suono, che ancora oggi occupa una parte importante della mia ricerca›.
 
Tra i progetti e le mostre, qualcosa ti ha dato più soddisfazione o, al contrario, delusione?
«La più importante, una vera conquista personale, è stata la partecipazione nella passata primavera a "DO DISTURB" al Palais de Tokyo di Parigi. Poi certo, alcune mostre mi hanno deluso, ma questo, probabilmente, è dato dal tipo di aspettativa che riponevo in quelle esperienze».
 
C'è stato un accadimento, un incontro, una suggestione che hanno cambiato il tuo modo di guardare le cose?
«Direi l'incontro con il libro "La collezione come forma d'arte" di Elio Grazioli. Mi ha aperto le porte ad un mondo al quale facevo già parte senza rendermene conto. Ha dato un senso alla mia attitudine all'accumulo, mi ha aiutato a determinarne delle regole, a inscriverla in un contesto più vasto ed a capirne il potenziale».
 
Cosa e perché collezioni?
«Colleziono oggetti di diverso tipo. Esiste però un filo logico tra loro, come la provenienza industriale, lo statuto di oggetto povero, invisibile, ecc. Non esiste una scelta a priori che mi permetta di includere o escludere un elemento piuttosto che un altro, è qualcosa che accade. Ad un certo punto inizio a rendermi conto della presenza di uno specifico oggetto: qualcosa lo rende importante, entra nel mio campo visivo, e comincio così a lavorare al suo accumulo o, per meglio dire, al suo “élevage”. Poi, non tutto diventa opera, e non tutti gli accumuli diventane collezione. A qualche oggetto, ad esempio, servono anni per trovare il suo posto all'interno della mia ricerca».
 
Come descrivi il tuo lavoro?
"Ho un vocabolario personale che integro e aggiorno dal 2012, dove termini come accumulare, mania, ripetizione o tempo scandiscono lo sviluppo della mia pratica artistica. Definirei quindi il mio lavoro come un'azione costante dove i concetti di serie e di omologazione, di replica e di standardizzazione, di accumulazione industriale e di iterazione meccanica vengono scanditi e tradotti visivamente dagli oggetti che colleziono».
 
Un artista prediletto?
«Brancusi di pancia; Morandi di testa».
 
Quali sono le tue pratiche preferite?
«Nasco con la scultura. I primi materiali con i quali mi sono confrontato - e che ancora oggi, ogni tanto, ritornano - sono il marmo e la pietra. Li ho usati spesso, ma senza abusarne. L'installazione è stato un approdo necessario e inevitabile, ma l'interdisciplinarità delle tecniche credo sia l'aspetto che più emerge nella mia ricerca. Mi affascinano tutti i dispositivi e il loro potenziale».
 
Lavori con quotidianità o solo per progetti e mostre?
«Collezionare impone un rapporto di quotidianità inevitabile, anche se comunque preferisco lavorare su progetti o mostre. Mi mettono una sorte di pressione che stimola il processo creativo».
 
Su che cosa stai lavorando ora?
«Sto lavorando ad una ricerca legata all'iterazione tra le regole della letteratura, gli strumenti della catalogazione e l'uso di voci computerizzate. E il risultato di un incontro inaspettato tra la mia idea di collezione e la letteratura, nato da un lavoro che ho prodotto grazie alla mostra Babel con contemporary locus. Riordinando le parole di un libro, mi sono avvicinato al fascino delle ripetizioni vocali. Ora sto estremizzando questa pratica».
 
Guardando avanti, cosa ti aspetti?
«Preferisco non aspettarmi nulla, ma faccio il possibile perché le cose accadano».



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