Molti percorsi artistici italiani, oggi, si snodano tra la consapevolezza che nel nostro Paese il sistema del contemporaneo non sia sufficientemente strutturato e la volontà nel credere che questo gap verrà presto colmato.

Pensando alla storia di Luca Resta, e “giocando” con il suo nome, non può non venire in mente una delle maggiori hit della storica band inglese The Clash “Should I Stay or Should I go” del 1982. La canzone pone un quesito “esistenziale”, restare o andare.

Le biografie degli artisti ci hanno insegnato che, tra restare e andare, nessuna delle due scelte è completamente giusta e che, nella società del dislocamento, l’equilibrio sta nell’equilibrismo; nel vivere a metà  tra il continuo andare ed il voler tornare. Così fa Resta che da anni vive a Parigi e che da alcuni mesi è in residenza presso Astérides di Marsiglia. Formatosi all’Accademia Carrara di Bergamo, realizza un’opera passata nel tempo dall’essere scultura mimetica, marmi trasformati in scatole per kebab, a ricerca sulle manie, sull’ossessione, un collezionismo onnivoro in una logica tassonomica che ricorda la Wunderkammer di Athanasius Kircher.

La pratica che ultimamente ha maggiormente definito l’artista è stata la copertura di elementi attraverso l’uso di strisce di nastro carta. Resta ridisegna la spazio attraverso la sua cancellazione, così come accaduto nel 2014 durante una performance di 12 giorni, presso la galleria dell’Università di Paris 8. La tre giorni Do Disturb, che quest’anno ha visto la partecipazione di artisti come Mircea Cantor, realizzata al Palais de Tokyo, nei luoghi di transizione del museo, ha visto un mélange tra le arti visive e perfomative sotto il tema principale, come da titolo, del disturbo inteso in tutte le sue varianti tra rumore, ripetizione e interruzione. In questa cornice iper perfomativa, la chiave del disturbo è stata per lo più quella estetica-concettuale sulla scorta, in molti casi, di un’indagine sul corpo come limite sessuale/poltico/sociale che avvicina la mente nel momento esatto in cui irretisce il corpo alla partecipazione. Il disturbo di Luca Resta è stato, in linea con la sua ricerca, invisibilmente presente. All’interno dello spazio espositivo Resta ha occupato le scale dell’ingresso centrale per ridefinirne le coordinate spaziali con l’applicazione di strati di scotch carta in una soffocante sovrapposizione che ha reso non sempre agevole il passaggio. Un atto non violento che richiama attenzione senza chiederla, quasi uno sciopero della fame. Alla compulsione di conquista artistica, con una certa dose di ironia, si affianca una modalità assolutamente materica del fare, tutta italiana; una presenza dell’artista, non come coordinatore di un’operazione, ma come lavoratore della realtà. La plasmabilità del reale in lui non può che passare attraverso questo retaggio e, in questo, Luca Resta resta italiano.

E. R. Meschini, "Luca Resta. Resta Luca", Contemporart n° 87, Modena, 2016, p. 51