Mi prendo una breve pausa, perché ogni capitolo fa parte a sé, come un’isola rispetto alle altre, anche se appartengono allo stesso arcipelago, allo stesso volume. Lo dimostra il caso di Luca Resta che risponde al mio appello rinunciando alla pubblicazione delle opere che ha realizzato. Basta dare un’occhiata alle sue pagine per riconoscere la presenza di un’idea comune, la stessa che persegue nel suo lavoro. Mi viene in mente il concetto di serie e di omologazione, di replica e di standardizzazione, di accumulazione industriale e di iterazione meccanica; concetti che entrano in conflitto con l’unicum artistico, il lavoro manuale, il manufatto. Ecco la storia narrata da Luca, quella in cui cerca qualcosa e non trovandola, si perde. Tante storie, tutte simili tra loro, come se appartenessero alla stessa categoria estetica, allo stesso conflitto estetico. Che facciano parte di una collezione? Collezione di immagini in cui mi viene spontaneo cercare il nodo da sciogliere e penso di trovarlo nel passaggio che va dal campionario di alcune lame arcaiche alla forchetta di plastica con un solo dente; dal pezzo fatto a mano al prodotto seriale. Tra questi estremi si colloca il lavoro di Luca, quello di comporre con perizia tecnica queste pagine, facendole sue, come fosse, e lo è, la sua opera. Un’opera composita, fatta di parti già fatte, che messe assieme assumono un aspetto nuovo, dotato di una certa originalità, di un’identità. Qui l’artista accentua il lavoro di montaggio che è pari a quello del montatore in un film e ragionando in questi termini neutralizza il potere dilagante del processo meccanico. Ci riesce ricorrendo ai suoi stessi contenuti che messi debitamente in campo acquistano una propria dignità estetica. 

 

 

D. A. Abadal, "Storie in cui si cerca e ci si perde", in Aa.Vv., Una questione privata, Bologna, Tipografia Irnerio, 2016, pp. 63 - 73.